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LIQUIDITA' NASCOSTA La base monetaria in senso lato, in gergo M3, che strada prende? Molti si chiedono come mai gli investimenti reali non siano pari al grande aumento della liquidità mondiale. E' errata la stima di M3 o quella degli investimenti? La liquidità nell'area euro e UK stà crescendo a ritmi superiori al Pil. In Usa, tenendo conto delle partite correnti nel 2003-05 la liquidità è cresciuta del 20% annuale, il tasso più elevato dal 1974-75. (Vedi anche:ricostruita M3 Usa)
Lo scorso anno c'è stata una decellerazione. Tuttavia, tenendo conto di azioni e obbligazioni detenute dalla Federal reserve Usa, la crescita è stata di circa il 10%. Secondo un'altra-misura, a detta del settimanale The Economist del 10 febbraio, se si mettono nel computo anche le riserve in valuta estera, negli ultimi quattro anni la crescita della liquidità sarebbe stata del 18%, e forse anche di più (includendo il carry trade), innescato dai bassi tassi d'interesse giapponesi. Come mai, si chiede Raghram Rajan dell'università di Chicago, a tale aumento della liquidità non corrisponde un incremento degli investimenti reali? La sua risposta è che la stima degli investimenti è errata per difetto in quanto non tiene conto dell'investimento in capitale umano. A essere bastian contrari, una spiegazione più completa di quella di Rajan è che gli aggravi tributari (specialmente nell'area dell'euro) hanno incoraggiato investimenti finanziari dove il fisco si sfugge più facilmente (materie prime, arte, debito dei paesi in via di sviluppo, obbligazioni corporate di bassa classificazione), nonché una vera e propria fuga verso i paradisi fiscali. Un'analisi dell'università del Michigan e dell'università del Connecticut esamina sulla base di un campione rappresentativo della cinquantina di paesi considerati paradisi fiscali come si diventa parte del gruppo: non solo si tratta di paesi che tendono a essere di piccole dimensioni e alto reddito, ma di norma sono ben governati e hanno una regolazione leggera e semplice ma efficace. Lo studio afferma che «per un paese la cui popolazione è meno di un milione, le probabilità di entrare nel club dei paradisi fiscali cresce dal 24 al 63% se la qualità della govemance migliora dal livello di quella del Brasile al livello di quella del Portogallo». Che cosa fare? Da tempo l'Ocse sta combattendo una battaglia contro i paradisi fiscali, sottolineando che essi forniscono una concorrenza tributaria ingiusta. Gli Usa e l'Ue sono stati i motori di tale battaglia. Ora, però, la posizione americana sta cambiando: meglio cercare di collaborare che combattere ad armi inpari. Un chiaro mutamento di strategia è in un saggio nell'ultimo fascicolo dello Harvard Intemational Law Journal. Si dice che sia ispirata dalla Security and exchange commission: il punto operativo di base consiste nell'autorizzare la compra vendita sul mercato Usa, anche da parte di sim straniere, di titoli di imprese e di paesi che non hanno una regolazione finanziaria considerata alla pari con quella americana. Il principio giuridico sarebbe quello della substituted compliance, ossia di essere alle prese (sino a prova contraria, e, naturalmente, potendo fare azioni nei confronti di frodi) con regimi accettabili. Ciò, secondo William McDonough (a lungo presidente del Public companies accounting oversight board, organo di vigilanza della contabilità della spa), non sarebbe mirato solo ai paradisi fiscali, ma anche ai paesi dell'Ue: li incoraggerebbe a migliorare la loro regolazione e ad abbassare la loro pressione tributaria. (contrarian) |
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