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RENDIMENTI USA: INVERSIONE VERA? Una curva che non piace a nessuno perchè in passato una curva dei rendimenti Usa invertita (tassi a lungo termine uguali o inferiori a quelli a breve, ndr) anticipava una recessione ed era segno di sventura come nell'antichità si pensava che una eclisse di sole annunciasse eventi funesti per tutti. Stiamo parlando della curva dei titoli di stato americani. L'inversione della curva potrebbe essere un falso segnale oppure un segnale negativo sulle prospettive future della più importante economia del mondo. (continua)
Preoccupa il fatto che i tassi a due anni abbiano superato quelli a dieci, anche se non c'è ancora il sorpasso di quelli a 3 mesi sui tassi a trent'anni. In questo caso entro un anno-anno e mezzo la recessione sarà conclamata e ne risentiranno per primi i settori ciclici come elettrodomestici, auto e catene distributive. Ovviamente se gli Usa vanno in recessione ne risentiranno anche i mercati asiatici: se i consumatori americani non comprano vanno in crisi anche le company asiatiche. Una serie di fattori sostengono invece aspettative di segno diverso: come per esempioi tassi di interesse reali sempre bassi e aspettative di inflazione bene ancorate che limitano la necessità di manovre correttive massicce. Sul deficit corrente americano, che quest'anno sarà pari al 6,5 per cento del Pil, ci sono "preoccupazioni", ma senza che dal dato derivino per ora "minacce acute" per il sistema finanziario mondiale. Il mercato dei capitali Usa continua a esercitare una forte attrazione per gli investitori esteri, soprattutto dai Paesi emergenti, in Asia e tra i Paesi esportatori di petrolio che, accumulano attività gestite ufficialmente per 300-450 miliardi di dollari nel 2005, grazie al caro-greggio. Inoltre, il dollaro resta la prima valuta di riserva e l'economia Usa attira investimenti diretti per la forza della sua crescita. La ripresa in Europa e Giappone e il maggior rendimento offerto dai titoli di questi due blocchi per l'aumento dei tassi, potrebbe portare a un cambiamento dei flussi di finanziamento. Per Robert Rausch, global head per la ricerca ‘corporate' dell'Ubs Wealth Management, come dire il capo analista del maggior gruppo bancario mondiale per asset patrimoniali, le economie e i mercati americani ed europei sono inestricabilmente legati al deficit Usa. "Il 2006 potrebbe comunque essere un anno turbolento e volatile” . I rischi si chiamano inflazione, sopravvalutazione del mercato immobiliare in alcune aree geografiche, deficit commerciale Usa, influenza aviaria e problemi geopolitici. Complice una curva dei rendimenti americana “invertita”, che suona come un campanello d’allarme per gli operatori, la crescita economica negli Stati Uniti “è destinata a rallentare”, soprattutto nel 2007, malgrado il consumatore statunitense “non mostri segni di cedimento” nelle abitudini. Niente recessione, ma “un Pil Usa che calerà al 2 per cento l’anno venturo, ( il bilancio federale sarà influenzato dall'invecchiamento della popolazione. I conti andranno sotto pressione per gli effetti sulla spesa dei nuovi cambiamenti demografici) . Il ciclo degli investimenti “è robusto, le società a livello globale hanno i soldi per investire e le operazioni di fusioni e acquisizioni inducono ad aver fiducia nel futuro”, dice Rausch, il quale dice sì alle azioni, meglio se europee. I settori in cui investire sono però difensivi: salute, beni di consumo primario, servizi di pubblica utilità e titoli finanziari. Da sottopesare nel portafoglio, invece, i titoli obbligazionari a reddito fisso e le materie prime. (chart source: stockchart) Segnaliamo un articolo di Sara Silano, su Morningstar Italia.
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