E' vero che, come altre aree emergenti, sta pagando il ritorno di volatilità delle ultime settimane che spinge gli investitori ad abbandonare i mercati considerati più a rischio. Ma altre zone in via di sviluppo stanno soffrendo meno. L'indice del Brasile, ad esempio, in un mese è sceso del 2%. L'Asia (Giappone escluso) si è lasciata dietro lo 0,9%, mentre la Cina ha guadagnato quasi l'1%.
A lanciare l'allarme su un possibile crollo legato alla Lettonia è stato per primo Christopher Rosenberg, responsabile del Fondo monetario internazionale (FMI) per il Centro Europa e il Baltico. "Una crisi del Paese avrebbe una pesante ripercussione sull'intera regione, anche alla luce delle difficoltà a reperire finanziamenti a livello internazionale", ha scritto in un report di aggiornamento sulla situazione dell'area. "Inoltre la potrebbe deteriorare la fiducia del mercato nei confronti di quelle banche che hanno operazioni nell'area".
Ma qual è il problema della Lettonia? All'inizio del secolo il Paese era uno dei più interessanti per gli investitori, grazie soprattutto alla sua crescita annuale che, spesso, superava il 10%. Il boom, però, è stato accompagnato da profondi squilibri. In particolare, da un deficit che ora si avvicina al 25% del Prodotto interno lordo (uno dei maggiori al mondo) e un debito con l'estero che ha superato il 140% del Pil. Ribilanciare questa situazione sarebbe stato difficile in ogni situazione, ma è diventato particolarmente complesso con la crisi finanziaria degli ultimi due anni che ha portato al diradarsi degli investimenti stranieri e alla difficoltà a reperire finanziamenti dalle istituzioni finanziarie internazionali.
A peggiorare le cose c'è il fatto che la moneta locale (il lat) è legato all'andamento dell'euro con una possibilità di fluttuazione, in alto o in basso, dell'1%. Questo rende complicato utilizzare lo strumento della svalutazione per rendere competitivi i beni locali (così come avevano fatto l'Italia con la lira e l'Inghilterra con la sterlina nel 1992).
L'economia lettone, al momento è in stato comatoso. Nonostante un pacchetto di aiuti da parte dell'FMI e dell'Unione europea da 7,5 miliardi di euro il governo locale prevede una contrazione dell'economia, per il 2009 del 18%. Una delle performance peggiori a livello mondiale. Il Paese dovrebbe ricevere altri 1,7 miliardi alla fine di giugno. Il problema è che gli accordi originari prevedono che la Lettonia raggiunga, entro quella data un deficit pari al 5% del Pil. Un obiettivo che, oggi, appare quanto mai irrealizzabile, anche se il governo locale ce la sta mettendo tutta. Ad esempio, tagliando drasticamente i salari nel settore pubblico. Se il Fondo monetario e l'Ue non cambieranno le condizioni del prestito, il default appare quindi solo una questione di tempo.
A quel punto, primi Stati ad essere contagiati potrebbero essere Estonia e Lituania, i principali partner commerciali lettoni. Il virus, poi, potrebbe passare a Romania e Ungheria. "E' vero che questi due Paesi non hanno grandi legami commerciali con la regione Baltica e sono più legati all'Eurozona", spiega uno studio di Roubini Global Economics. "Anche loro, tuttavia, hanno dovuto chiedere un aiuto al Fondo monetario internazionale. Il fallimento di un progetto di sostegno per la Lettonia verrebbe letto come il fallimento del piano di soccorso dell'intera regione dell'est Europa. La conseguenza sarebbe un ulteriore allontanamento degli investitori".
La più preoccupata per quello che sta succedendo in quella parte del continente è l'Austria. Le banche del Paese, infatti, sono fra le più esposte con prestiti a imprese e privati. Non a caso la banca centrale austriaca ha condotto degli stress test (simili a quelli effettuati in Usa) per verificare la solidità degli istituti di credito in caso di un collasso dell'Europa dell'est. Il risultato è che il sistema finanziario austriaco è sufficientemente capitalizzato per resistere a una depressione della regione che duri fino al 2010 Un problema analogo riguarda le banche svedesi, anche loro, molto forti nell'area.
Cattive notizie arrivano anche dalla Russia. L'economia del Paese nel primo trimestre ha subito una contrazione del 9,8%, mentre la produzione industriale, a maggio, è scesa del 17,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Nel frattempo la disoccupazione ha raggiunto livelli che non si vedevano da otto anni e le aziende fanno fatica a pagare i dipendenti. In questa situazione, ha avvertito la Higher School of Economics di Mosca, si potrebbe arrivare a delle dimostrazioni di piazza simili a quelle viste negli anni '90.
(Morning)