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SOFTLANDING?
 Tutti vorremmo sapere se l’economia Usa vedrà nei prossimi mesi un rallentamento ed un atterraggio morbido o se invece inciamperà in una recessione, anche se di modeste dimensioni. Come in momenti analoghi di incertezza si riescono a leggere i pareri e le previsioni più disparate; per quanto mi riguarda, come già ribadito in altre occasioni, non mi permetto di avere certezze, ma di condividere con voi i miei dubbi partendo, però, dai fatti. Ciò che in questo periodo ha destato la mia attenzione è l’andamento del cambio euro/dollaro ed Euro/sterlina osservati sia isolatamente che correlati fra loro.
Per quanto riguarda il primo mi sarei aspettato una tendenza maggiormente marcata verso quota 1,3 più che verso 1,25: ad essere sinceri me lo sarei aspettato a 1,35 o ancor più debole. Il perché ve lo espongo immediatamente. Il livello dell’indebitamento raggiunto dalle famiglie americane nei primi sei mesi di quest’anno è stato di 12,4 trilioni di dollari. Scritto così sembra ed è una cifra impressionante: ma è quando la si accosta ad un’altra che riusciamo a coglierne a pieno la portata. Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti nel 2005 è stato di 12,4 trilioni di dollari. Faccio notare che fra le due misurazioni c’è un semestre di differenza. Con un semplice calcolo mentale possiamo mettere “vicine” le due grandezze e calcolarne il rapporto: due conti e appuriamo che siamo ormai al 100%, una soglia che non si può non considerare preoccupante. I debiti degli americani sono formati principalmente da mutui per l’acquisto di case e dal cosiddetto credito al consumo. Leggendo questi dati, che provengono dalla pubblicazione della Federal Reserve sul flusso di fondi tra i settori industriali, si scopre anche che la propensione al risparmio del popolo americano è negativa dal 2005 in poi. La fotografia che se ne ricava e di un’America indebitata che non risparmia come vorrebbe il suo Governatore. Questa situazione va poi inevitabilmente a pesare su un deprezzamento del cambio, o almeno dovrebbe, tenuto anche conto dei due deficit gemelli accumulati dagli Stati Uniti. Una probabile causa della sua “tenuta” può essere rintracciata nell’acquisto di titoli da parte di investitori stranieri, anche se ciò non può da solo spiegare l’attuale situazione di stallo del mercato delle valute. Ma se gli investitori citati sono sembrati attratti dal dollaro, lo sono stati forse anche di più dalla sterlina e, pure ora che la moneta d’oltreoceano sembra riportarsi verso quota 1,30, quella inglese non pare voler finire di rafforzarsi contro l’euro. Ritornando a focalizzarsi su debiti e consumi, si legge ancora nel documento della Federal Reserve che questi ultimi, nell’anno corrente, hanno iniziato a contrarsi in relazione anche ad un mercato immobiliare in discesa; il numero delle vendite del settore, difatti, quest’anno è diminuito quasi del 13% rispetto al 2005. Ovvia la correlazione con la politica monetaria adottata dalla FED negli ultimi tempi. La banca centrale americana sta cercando di accompagnare l’economia verso il famoso "soft landing" provando a mantenere un certo equilibrio fra un mercato immobiliare da ridimensionare e la tenuta dei consumi. In verità gli equilibri sono multipli e tutti legati, in maniera più o meno forte, fra di loro: basti accennare alla simbiosi fra Cina e America dove la prima produce e la seconda consuma. Ora è facile pensare che se la seconda riduce troppo i propri consumi anche il gigante cinese potrebbe soffrirne e, di conseguenza, anche il resto del mondo. I mercati, però, sembrano aver già detto la loro spazzando via ogni dubbio: si avvererà lo scenario migliore nel quale, per copione, risplende alto il sole di una nuova ripresa del Pil americano. Andrea Dal Belin Peruffo
Vedi anche: http://www.borsamonitor.it/market/macro/oteri.html
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