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"TEMO UNA DRAMMATICA CORREZIONE IN CINA" Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve, ha detto di temere una “drammatica correzione correzione dei mercati azionari cinesi”. Secondo Greenspan la crescita di valore delle azioni cinesi è insostenibile. L’ex presidente della Fed ha aggiunto che l’economia mondiale è in grado di contenere il crollo dei valori degli asset. Nonno Alan farà tremare ancora le Borse come è già successo quando Greenspan a marzo ha lanciato l'allarme recessione negli Usa? Non è più giusto che, invece di creare panico, si ritiri da buon jazzista a suonare il sassofono? (Per inciso una conferenza di Alan Greenspan, consulente del colosso del trading obbligazionario Pimco, costa circa 125.000 dollari). In Usa dopo il buon avvio che aveva portato il Dow Jones e l’S&P500 a nuovi massimi, i listini americani hanno ritracciato sul finale chiudendo la seduta in rosso, lontano dai migliori livelli giornalieri. A raffreddare l’entusiasmo originato dalle buone trimestrali e dalle nuove operazioni di M&A e’ stato proprio l’intervento dell’ex capo della Federal Reserve Alan Greenspan, su una possibile contrazione del mercato azionario cinese. Quindi il Dow Jones ha chiuso in calo dello 0.11% a 13525, l’S&P500 dello 0.12% a 1522, il Nasdaq e' arretrato dello 0.42% a 2577. Occhi puntati sullo Yen: una sua risalita potrebbe essere un segnale concreto.
Intervenuto in una teleconferenza a Madrid, Mr. Greenspan ha detto: “La fase rialzista non puo’ continuare a lungo, e’ chiaro che si tratta di un fenomeno insostenibile” ha affermato l’ex n.1 della Banca Centrale americana che, tuttavia, ha rassicurato sull’andamento dell’economia globale, in grado di resistere ad un colpo del genere. In seguito a tali dichiarazioni si e’ assistito ad un ritracciamento generale dei listini; il Dow Jones e’ arretrato di oltre 60 punti dai massimi giornalieri. Greenspan si unisce così al governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, e a Li Ka-shing, uomo più ricco dell'Asia, nell'avvertire che il mercato azionario cinese non può continuare a crescere come sta facendo e che rischia una forte correzione. Li, presidente di Cheung Kong Holdings Ltd., maggiore azienda edile di Hong Kong per valore di mercato, e del colosso delle telecomunicazioni Hutchinson Whampoa, ha detto il 17 maggio scorso che quella della Borsa cinese "deve essere una bolla". Soltanto pochi giorni fa anche lo strategist Ed Yardeny, riferendo i risultati di colloqui avuti con i vertici di numerosi investitori istituzionali, ha inoltre identificato nel mercato cinese il rischio numero uno per la stabilità dei mercati azionari mondiali. Per gli analisti si e’ trattato comunque di un movimento molto limitato, destinato a non protrarsi nelle prossime giornate. La liquidita’ presente sui mercati sta assumendo volumi enormi e finche’ continueranno le trattative societarie il sentiment degli operatori sembra destinato a rimanere positivo. Molti però ora osservano con attenzione i movimenti dello Yen; una sua risalita potrebbe essere un segnale premonitore a movimenti importanti sul carry trade e sui listini. Ma il mercato cinese è veramente alla frutta? Infatti anche secondo altri economisti, il mercato finanziario cinese è sull’orlo dello scoppio di una bolla speculativa. Se il governo non interviene frenando la crescita economica, il rischio di destabilizzazione è forte. Nell’ultimo anno e mezzo la borsa di Shanghai ha avuto un aumento del 235 %; quella di Shenzhen, nello stesso periodo, è cresciuta del 289 %. In realtà il problema chiave del surriscaldamento cinese è l'eccesso di investimenti e, in particolare, l'eccesso di investimenti in alcuni settori e da parte delle aziende pubbliche, che ancora contano per i due terzi dell'intero sistema produttivo. Dietro questo eccesso di investimenti ci sono delle cause finanziarie e delle cause sociali e politiche. Le cause finanziarie sono essenzialmente rappresentate dai tassi di interesse bassi, dalla scarsa selettività e capacità di valutare il rischio da parte delle banche, dal fatto che la liquidità è abbondante, sia perché la propensione al risparmio è molto alta sia per ragioni valutarie. I tassi di interesse non salgono in Cina da tempo e ormai sono negativi in termini reali, questo determina una propensione all'investimento particolarmente forte che trova spazio per l'abbondanza di liquidità creata da un tasso di risparmio altissimo. Le banche dal canto loro sono pubbliche, e la loro cultura è di dare soldi a chi li chiede, soprattutto se a chiederli sono aziende pubbliche. Per questa via le banche hanno accumulato una enorme quantità di crediti inesigibili tanto che, secondo gran parte degli analisti internazionali, sarebbero tecnicamente in bancarotta. Negli ultimi anni è stato avviato un processo di ristrutturazione del sistema nella prospettiva della privatizzazione del sistema creditizio e della progressiva apertura dei mercati finanziari; lo stato ha immesso risorse notevoli e si sta lentamente sviluppando una cultura della valutazione del rischio che sta dando i primi frutti, il più visibile dei quali è la riduzione del ritmo di crescita delle sofferenze. Tuttavia siamo ancora lontanissimi dagli standard internazionali e l'erogazione del credito è ancora molto facile, tanto che si parla di blind investment, di prestiti ciechi, forniti cioè senza una valutazione patrimoniale e reddituale adeguata dei prenditori né del tipo di investimento che ciascun credito va a finanziare. Infine c'è la questione valutaria. La Cina è da anni una delle destinazioni preferite degli investimenti diretti esteri, che affluiscono al ritmo di un miliardo di dollari la settimana. Ma poiché lo yuan, la valuta cinese, è legata da un cambio fisso (peg) al dollaro, per ogni miliardo di dollari che entra la banca centrale di Pechino è costretta a stampare il controvalore in yuan. Ed è altra liquidità che entra in circolo. Tutto ciò è assai complesso da gestire. Sono più di vent'anni ormai che in Cina la parola d'ordine è 'crescere', e sulla spinta alla crescita sono state costruite carriere nel partito e nelle amministrazioni periferiche. Una intera generazione di amministratori è stata allevata con questa logica, e ora è assai difficile convincerli a frenare. Ciascuno vuole costruire nel suo municipio o nella sua regione, quante più strade, case, fabbriche, in una frenesia quantitativa nella quale la competizione è tutta interna per accaparrarsi la maggiore quota possibile di risorse. In questa partita un ruolo chiave lo hanno le aziende pubbliche che, ormai nessuno lo mette più in dubbio, non sono la componente dell'economia dalla quale aspettarsi creazione di ricchezza, sviluppo, nuova occupazione. Queste aziende però sono assai difficili da fermare, sia per i problemi sociali che ciò pone - in termini di perdita di posti di lavoro ma anche di servizi sociali, poiché molto spesso sono le aziende pubbliche a fornirle ai dipendenti e alle loro famiglie - sia in termini di sistema di potere, per l'intreccio inestricabile che c'è tra la fascia di vertice delle aziende, delle amministrazioni, del partito e anche delle banche. L'esito di tutto ciò, secondo Andi Xie, economista di Morgan Stanley a Hong Kong, è che la Cina si trova ad aver investito 200 miliardi di dollari di troppo. Il problema però non è solo la quantità. Liquidità abbondante a tassi bassi, investimenti esteri, investimenti di gruppi privati e del settore pubblico hanno determinato una forte accelerazione della crescita, ma quello che più preoccupa è che la allocazione delle risorse non è stata ottimale. Molti soldi sono finiti in progetti che non remunereranno mai il capitale, altri ad aumentare la capacità in settori che di capacità aggiuntiva non avevano bisogno. Si sono create bolle speculative in alcuni comparti, come l'immobiliare. Per converso assai di più si sarebbe dovuto investire nei settori dell'energia e dei trasporti, per citarne due dove i colli di bottiglia si stanno moltiplicando e rischiano di creare seri ostacoli ad uno sviluppo equilibrato. (source:tuttocina.com) Vedi anche: http://www.borsamonitor.it/market/fx/settimana_forex.html |
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