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LA TRASPARENZA PAGA
Da quasi vent'anni i migliori gestori americani si danno appuntamento ogni anno alla Morningstar Investment conference di Chicago. Il meeting è il riflesso di un'industria che non teme di mostrarsi, anche quando è criticata. Una lezione per l'Italia. E' in corso in questi giorni a Chicago, la diciannovesima edizione della Morningstar Investment conference, che riunisce le principali case di investimento americane e gestori del calibro di Jeremy Siegel (Wharton School e WisdomTree Investment), Bob Doll (BlackRock) e Micheal Hasenstab (Franklin Templeton), per dibattere i trend dei mercati finanziari e del settore. Negli anni, la conferenza è diventata un appuntamento da non perdere per oltre 1.400 persone, tra leader del risparmio gestito, promotori finanziari, money manager.
Il meeting è il riflesso di un'industria che non ha paura mostrarsi, essere messa alla prova, confrontarsi con la concorrenza, dibattere su temi scottanti come le nuove frontiere della gestione attiva e indicizzata, i costi dei fondi, la ricerca di sicurezza degli investitori, le prossime mosse di politica monetaria della Federal Reserve, i rischi e le opportunità dei mercati emergenti. La maggior parte dei gestori presenti è stata intervistata più volte, con cadenza periodica, dagli analisti di Morningstar, i quali cercano di capire la strategia di gestione, il perché di determinate scelte nella costruzione del portafoglio, i motivi di successo e gli errori nella selezione dei titoli, la coerenza dell'approccio concreto con quanto stabilito nei documenti informativi del fondo, ecc. Non stupisce, dunque, che l'apertura dei lavori sia stata affidata a Jeffrey Gundlach, responsabile degli investimenti di TCW Group che è stato nominato Fund manager of the year nel 2006 per la categoria reddito fisso. Per i gestori americani la trasparenza paga, spiegano dal quartier generale di Morningstar a Chicago, anche quando si è criticati e il report redatto dall'analista è critico nei confronti delle strategie d'investimento del fondo. “E' uno stimolo a far meglio”, dicono, “e a dimostrare, nella successiva intervista, che la situazione è cambiata”. Non sono le performance il principale fattore che fa di un manager un “bravo manager”, perché non rappresentano un buon indicatore del comportamento futuro, ma i processi adottati per la costruzione del portafoglio, la coerenza dell'approccio nel tempo, anche quando si tratta di andare controcorrente o si è perdenti nel breve periodo. Ultima, ma non meno importante, è la stewardship, ossia la capacità di mettere al primo posto l'investitore e non le politiche commerciali. La trasparenza pagherebbe anche in Italia, ma purtroppo c'è ancora troppa ritrosia a spiegare le proprie scelte e soprattutto ammettere i propri errori. Interviste ed analisi sono ben accette se il prodotto è buono, meno se è criticato. Inoltre, il potere delle reti distributive nell'orientare i risparmiatori è troppo forte perché possa prevalere la logica della qualità del prodotto a prescindere dagli interessi commerciali. La lezione americana, però, rappresenta uno stimolo per la malaticcia industria italiana dei fondi. (Sara Silano 2007-06-29)
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