Devono esserci pochi manager in Italia se alla fine nei consigli di amministrazione girano sempre gli stessi nomi. Spesso i manager sono azionisti di una banca, della società che questa banca finanzia e magari di qualche concorrente (sulla carta) di questa stessa società.
Secondo l'Antitrust, il problema del conflitto d'interesse nel mondo finanziario italiano è il nodo da sciogliere. Il rischio è che in queste circostanze la medicina possa essere peggiore del male. Antonio Catricalà, l'uomo che deve vigilare sulle regole del mercato in un momento storico in cui il liberismo sembra eclissato come non mai, ha invece capovolto i termini della questione e sostenuto che le distorsioni tipiche del mercato italiano rischiano soltanto di essere accentuate dalla crisi.
"La crisi in corso - ha affermato l'Authority - a differenza di quanto da più parti sostenuto, richiede interventi in grado di affrontare alcune distorsioni del mercato e del settore del credito, così da assicurare nel futuro il recupero della reputazione collettiva e individuale del sistema bancario oggi fortemente compromessa".
Non sono certo parole leggere, anche perché le distorsioni di cui Catricalà parla riguardano la governance delle banche, i conflitti di interesse degli amministratori, il ruolo e la trasparenza delle fondazioni bancarie, gli assetti delle banche cooperative. In altre parole è chiamata in causa la stessa struttura del nostro mercato del credito.
Le cifre delle "peculiarità" del Belpaese sono comunque impressionanti. L'80% dei gruppi esaminati dall'Antitrust ha nei propri organi di governance manager che hanno incarico in società concorrenti. Una percentuale che scende al 47,1% per la Borsa di Londra, al 43,8% per la Deutsche Borse e scivola al 26,7% delle società quotate su Euronext Parigi. Il dubbio dell'Autorità è questo: come può il cliente fidarsi di una banca amministrata in questo modo?
Né a livello azionario le cose vanno meglio, perché si scopre che più del 40% delle società quotate ha fra i propri azionisti una società concorrente: d'altra parte questi casi nel mondo bancario italiano sono arcinoti. Sul nodo delle fondazioni emergono altre perplessità. Ci vuole maggiore trasparenza, evidenzia l'Antitrust, nei meccanismi di voto e nei criteri di selezione del management. Le banche popolari seguono poi delle regole che sono nate per salvaguardarne il radicamento nel territorio e i fini mutualistici, ma se una popolare diventa un impero finanziario ramificato ed esteso possono ancora valere gli stessi principi?
Sulla carta sembrano tutte sante parole. Ma se domani il ministro dell'Economia Giulio Tremonti per esempio vietasse la regola del voto capitario nelle banche popolari, sarebbe difficile poi per molti esponenti del Governo fugare il dubbio di un intervento interessato. Probabilmente molti banchieri e politici leverebbero gli scudi sostenuto che anche il primo ministro ha i suoi propri interessi in questa partita: sarebbe anche un dubbio legittimo. In un momento in cui il Governo tratta con gli istituti degli interventi pubblici in chiave anticrisi può essere un discorso davvero spinoso quello di Catricalà.
Ma questo dimostra soltanto che la finanza italiana è un nodo gordoniano compatto e finora impermeabile alle istanze di trasparenza e terzietà. L'intervento delle banche in partite come quella di Telecom o, a breve, quella della Fiat, sembra poi una sponda ormai irrinunciabile nei casi più gravi per i governi di tutti i colori: un ambiguo gioco di squadra fra istituzioni e istituti che però potrebbe servire ancora nei prossimi anni. Quanto poi questo legame incestuoso fra politica e finanza sia dannoso per l'Erario e per la politica in generale non è problema meno scottante.
Di certo però in questo momento la soluzione dei vari conflitti d'interesse covati dalle grandi società di Piazza Affari appare tanto aggravata dalle grandi convergenze bancarie (e spesso industriali) degli ultimi anni, quanto lontana da una soluzione immediatamente percorribile.
(GD) FTA Online News