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Servizi di Banca con il Trucco |
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Banca sotto esame: scoperto e aziende. Le banche sotto attacco. I prefetti armati dal decreto Tremonti hanno aperto ben 200 istruttorie contro banche accusate dalle aziende colpite dal credit crunch di aver mal operato. Interventi della Marcegaglia, della Banca d'Italia, dell'Abi per evitare che le banche siano considerate un antagonista del sistema economico in crisi di liquidità. Ai banchieri la fantasia non manca, quando si tratta di spremere le aziende. Vediamo come. Servizi di Banca con il Trucco.
Tutte le clausole aventi a oggetto il massimo scoperto, o clausole con il medesimo scopo o finalità, sono da considerarsi nulle». Con queste due righe, il 26 giugno, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha posto fine al «trucco dei banchieri». Si è chiuso così il caso delle «commissioni di massimo scoperto»: la percentuale da pagare sulla massima esposizione sul conto corrente. Prima del suo intervento, l’Associazione bancaria italiana (Abi), in nome e per conto del sistema bancario, aveva resistito per anni alle sentenze della magistratura e agli inviti della Banca d’Italia. Finalmente, nel novembre del 2008, il decreto anticrisi aveva abolito la commissione, ritenuta illegale per i suoi meccanismi di applicazione. Ma a quel punto le banche si sono messe al lavoro per individuare un meccanismo che evitasse al sistema di introitare cifre favolose (attorno al miliardo di euro, secondo alcuni). Il risultato? «Gentile cliente, dal 28 giugno 2009 non saranno più applicate le commissioni di massimo scoperto e la penale per il passaggio a debito di conti non affidati. Dal primo luglio 2009 in sostituzione sarà applicata la commissione per scoperto di conto nella misura di 2 euro per ogni giorno in cui si è determinato un saldo debitore e per ogni mille euro di saldo debitore o frazione». È questo, testualmente (il copyright è della Cassa di risparmio di Firenze), uno dei mille modi che erano stati escogitati per aggirare il divieto. C’era solo l’imbarazzo della scelta: c’è «il tasso di sconfinamento», la «commissione di istruttoria urgente», ma anche la «commissione per utilizzo oltre la disponibilità fondi» o «la commissione di messa a disposizione delle somme» oppure, al contrario, la «commissione per indisponibilità fondi». Insomma, con questa vicenda si dimostra che la fantasia ai banchieri non manca, quando si tratta di spremere l’impresa. Eppure il professor Giovanni Bazoli (foto), a capo di Intesa Sanpaolo, ha sostenuto di recente che fare il banchiere di questi tempi è difficile: «Oggi» ha detto Bazoli «parte importante del credito è di aziende che hanno sospeso le decisioni d’investimento. Si annuncia un periodo in cui sarà difficile stabilire se meritano credito o meno. Per le banche si porrà un delicato problema di professionalità nella valutazione, un problema di consulenza che richiede anche una esperienza imprenditoriale». Di chi è la colpa. Insomma, se da alcuni mesi i «rubinetti» del sistema bancario italiano sono chiusi non è colpa delle banche, ma delle imprese: quelle buone non prendono decisioni d’investimento, come se fossero trattenuti dalle preoccupazioni per il possibile insorgere di difficoltà. E le altre?«Nessuno può obbligarci a dare credito a chi non se lo merita» aggiunge ancora il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo. Nulla da eccepire, per carità. Salvo alcuni particolari. Tanto per cominciare, per dirla con le parole dello stesso Bazoli, le banche vivono «un delicato problema di professionalità» per capire quali aziende meritano credito o meno. E la cosa mi stupisce, se penso ai miliardi spesi negli ultimi anni, quelli delle vacche grasse, per premiare i banchieri piuttosto che per corsi di aggiornamenti o consulenze di guru di vario genere: possibile che dopo tutti quegli sforzi alle prime difficoltà le banche vadano in crisi? Possibilissimo, perché in questi anni si è puntato a creare banche sempre più grandi, capaci a suon di fusioni di creare valore per i dirigenti, a suon di bonus, ma a danno di qualsiasi professionalità. Mi torna in mente l’amico Pierino Tizzoni, quinta elementare ma gran fiuto per gli affari. Prima di lanciarsi in qualsiasi iniziativa si rivolgeva alla banca. Mica per avere i soldi, ma «perché se mi dicono di no» mi spiegava «c’è qualcosa che non va». Era l’Italia degli anni Settanta: il direttore della filiale il più delle volte non era nemmeno laureato, ma aveva un fiuto che, tra Basilea 2 e covenant (e i famosi derivati), si è perso per strada. Allora, probabilmente, il titolare di una piccola o media impresa sapeva di poter trovare fiducia anche nei momenti di difficoltà, purché la sua storia personale e professionale fosse credibile. Oggi, al contrario, l’imprenditore ha il sospetto (ahimè fondato) che il suo fido in banca possa scomparire dalla sera al mattino per cause indipendenti dalla sua volontà. Magari per una scelta di tesoreria che non ha assolutamente nulla a che vedere con la sua storia bancaria. Caro professor Bazoli, capisco le sue preoccupazioni di grande banchiere che vive di statistiche e che può contare sul lavoro di stimati uffici studi («ma forse più uffici che studi», come dice Tremonti). Però, mi creda, il problema del credit crunch non sta nella pausa di riflessione da parte delle imprese che non sanno che cosa fare. Non si preoccupi se la Fiat non attinge al miliardo di linea di credito che avete concesso voi di Intesa e di Unicredit. Al Lingotto usano un sistema più efficace per far quadrare i conti: allungano i tempi di pagamento (più che raddoppiati) a quei fornitori, per lo più Pmi, che magari si vedono tagliato il fido dalla sera alla mattina dal sistema bancario, che ritiene più conveniente investire sul mercato finanziario i soldi prestati dalla Bce piuttosto che metterli al noioso servizio dei signori Brambilla. Mi creda, il problema vero di migliaia e migliaia di imprenditori non è quello di ottenere fidi per nuovi investimenti. Il vero incubo di questi signori sta nella paura di ricevere al mattino una telefonata o una lettera in cui si chiede di rientrare dal fido. Sì, ne convengo, sotto questo profilo c’è stato un progresso dal punto di vista formale. Un tempo il rientro veniva chiesto senza fornire motivazioni. Ora si fa riferimento «all’evoluzione della congiuntura economica» o a formule simili. Prima c’era una revoca immediata. Oggi, spesso, si usano formule più gentili: «Le comunichiamo che abbiamo deciso di trasformare il suo fido a revoca in fido a termine con la durata di 90 giorni». Ovvero: ridammi i soldi entro 90 giorni, un ultimatum che può stroncare l’azienda più solida senza darle alcuna possibilità di trattare o di rinegoziare con un altro istituto a condizioni eque. E così il problema non è più la concorrenza (caso mai vi sia stata…). Perché oggi nessun Brambilla, caro professore, si concede il lusso di contrattare sul tasso d’interesse: i soldi li prendi da chi te li dà alle sue condizioni. Altro che «pausa di riflessione». Dia retta, per una volta, all’esperienza dell’autore di queste righe, che ogni giorno respira l’aria dei suoi clienti, piccoli e medi imprenditori alle prese con una situazione quasi insostenibile in cui il problema non è ottenere nuovo credito, ma dover «rientrare» dalla sera al mattina. Nei modi più strani e inediti. Del resto, come ha mostrato proprio il caso della Commissione di massimo scoperto, con la sua catena di comportamenti «non ortodossi» nei confronti della clientela, un trucco è sempre possibile. (Pompeo Locatelli) |
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